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avevamo bruciato i manichini

O quantomeno così credevamo.

Ho visto un bel cappotto di cammello da 2500 euro. In fondo potrei anche comprarlo. Un bel cappotto di cammello potrei permettermelo. Potrei rateizzare la spesa. La boutique non avrebbe problemi a spalmarmi la spesa su dodici mesi, so che molte, anche grandi boutiques lo fanno. Girano così. Il problema è che sotto il cappotto di cammello da 2500 euro dovrei metterci degli stivali da 700 euro e, sopra, una borsa da almeno 1000 euro.  Non potrei non considerare l’idea di un paio di scarpe alternative agli stivali, diciamo 350 euro. Sistemato il grosso dovrei senz’altro  darmi una regolata con i pantaloni, certo anche ad accontentarmi del solito jens dovrei pensare ad un qualcosa alla pari: non meno di 200 euro. E ce ne vorrebbero almeno 3. E i maglioncini? Be’ lì c’è da sbizzarrirsi: 500 euro un conteofflorence. per essere completamente coerente dovrei cambiare macchina e anche casa.

A conti fatti non posso permettermi il cappotto di cammello. Il mio tenore di vita non è all’altezza. Opto quindi che il solito centro commerciale, galleria, turpiloquio di manichini tutti uguali che, per quanto mi sforzi di guardarli bene e con attenzione, mi sembrano vestiti tutti uguali. Il problema però non è questo, ma piuttosto che, guardando la faccia lucida e perfettamente muta  di uno di questi manichino noto che è tale e quale alla faccia di paola perego, e anche alla faccia di valeria marini, ma anche a quella di emanuela orlando, e via così in una galleria di facce senza espressione. Pensavamo di aver dato fuoco a tutti i manichini, invece quelli hanno attraversato solo la strada da una vetrina ad un altra. Vorrà dire che il cappotto lo acquisterà Mara Venier per le sue gite fuoriporta.

Nei secoli andati gli artisti godeva di alterna fama. Gli unici presso cui potevano permettersi di racimolare di che vivere erano i ricchi aristocratici, i nobili ed i regnanti. Se a corte erano ben visti, riuscivano a stento a sopravvivere ma più spesso erano condannati ad una vita girovaga e grama. Le cose sono migliorate, ma solo di poco nel ‘900 con l’allargamento progressivo di una base sociale più aperta alla cultura e un’accessibilità facilitata allo svago. Ma la reputazione in sè dell’artista e del teatrante restava equivoca: ancora negli anni ’70 si diceva: meglio un figlio comunista che artista. Di fatto fino all’avvento del cinema e, soprattutto della televisione, la vita dell’artista era una vita ai margini e dipendente dalla benevolenza degli altri. Una vita fortunosa.

Con l’avvento della televisione c’è un progressivo rilievo dell’immagine dell’artista, che diventa sempre meno artista e sempre più protagonista, un’innalzamento delle condizioni sociali, un consolidamento delle possibilità economiche. Certo a tutt’oggi c’è chi cade in disgrazia ma il trend di massima è che è avvenuta una sostituzione nell’immaginario collettivo. Mentre il popolo prima, oggi cittadino, guardava come vestiva l’aristocratico e cercava di imitarlo, o quantomeno lo invidiava e l’ammirava, oggi oggetto di questi sentimenti è il protagonista televisivo, il divo, che, persa la connotazione di divo( cinematografico )e  diventato grazie alla televisione “popolare”:  può essere toccato, imitato e addirittura sostituito e intercambiato. La televisione, con il suo basso profilo, permette la mobilità sociale promessa. La televisione è la vera e unica democrazia. Ma a  che prezzo?

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